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BIODANZANDO
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Dopo l’Incontro Italiano Biodanza 2026: ciò che porto con me
Biodanza con Riccardo Cazzulo. Scuola Biodanza Liguria IBFed
Pubblicato da Riccardo Cazzulo in Articoli · Mercoledì 07 Ott 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: Biodanza., Congresso, Satoyama, Benessere, Scuola, Convegno, IBFed
L’Incontro Italiano di Biodanza 2026 si è concluso da pochi giorni, e mentre la vita quotidiana riprende il suo ritmo, sento il bisogno di fermarmi un momento e lasciare sedimentare ciò che ho vissuto.
Sui siti delle componenti organizzative è già stato pubblicato un articolo più “ufficiale”, con la metafora del Vascello e del viaggio condiviso per raccontare quei coinvolgenti quattro giorni:

https://www.scuolabiodanzaliguria.it/blog/?incontro-italiano-biodanza-2026---il-viaggio-che-abbiamo-condiviso

Qui, invece, voglio raccontare qualcosa di più personale. Non tanto l’organizzazione, non tanto la struttura dell’evento, ma ciò che ha mosso me, come direttore, come facilitatore, come uomo dentro una comunità che si ritrova.

La comunità che si rivela quando si raduna
Quest’Incontro Italiano mi ha restituito una percezione chiara: la comunità della Biodanza sta sviluppando una sensibilità più fine, più attenta, più capace di presenza.
Non è un cambiamento eclatante, ma una qualità del sentire che emerge con naturalezza, forse perché i tempi che viviamo ci chiedono proprio questo: rallentare, ascoltare, ritrovare un modo di stare insieme che non sia solo funzionale ma profondamente umano.
Viviamo immersi in un eccesso di digitalizzazione che, pur con i suoi vantaggi, porta con sé una forma sottile di isolamento. Le relazioni si assottigliano, la percezione del corpo si indebolisce, il tempo si frammenta. In questo contesto, il desiderio di pace, di contatto reale, di una cultura meno antropocentrica e più biocentrica diventa quasi un’urgenza biologica.
Durante l’Incontro ho visto persone disponibili a lasciarsi toccare, a condividere senza difese, a stare nel gesto e nella relazione con una sincerità che non si improvvisa.
Una comunità che non “fa Biodanza”, ma che prova a incarnarla: nel modo di guardarsi, di muoversi, di scegliere come essere insieme.
Un raduno che non è solo evento, ma un’occasione per ricordarci che la vita non si vive attraverso uno schermo, e che la presenza, quella vera, è ancora il nostro bene più prezioso.

Il mio intervento: un ponte tra scienza e controcultura
Quest’anno ho portato una conferenza che per me ha un valore particolare: un attraversamento delle radici culturali e scientifiche che hanno permesso la nascita della Biodanza. Un tema che mi sta a cuore e al quale avevo dedicato due ricchi capitoli del mio libro Satoyama. La Biodanza in Carte, pubblicato nel 2022.
Ho parlato della crisi del paradigma meccanicistico, della visione sistemica della vita, del fermento degli anni Sessanta, dei Beat, degli Hippie, e di come Rolando Toro abbia saputo cogliere quel momento storico come un terreno fertile per un nuovo modo di intendere l’umano.
L’abstract completo è disponibile alla pagina del programma del Congresso, ma qui voglio dire una cosa che non ho detto sul palco: questo lavoro teorico non è un esercizio accademico. È un modo per ricordarci che la Biodanza nasce da un atto di libertà.
Libertà di pensiero, libertà di corpo, libertà di piacere.

Ciò che mi porto a casa
Mi porto a casa tre cose.
La prima: la conferma che la Biodanza ha bisogno di radici solide per poter crescere. Non solo emozione, non solo esperienza: anche pensiero, anche storia, anche visione.
La seconda: la bellezza di vedere persone che arrivano da tutta Italia e che, per quattro giorni, scelgono di stare insieme con intenzione. Non per caso, non per abitudine ma per scelta.
La terza: un senso di gratitudine. Per chi ha lavorato, per chi ha partecipato, per chi ha portato la propria presenza come dono.

E ora?
Ora che l’Incontro Italiano si è concluso, sento che qualcosa continua a muoversi.
Il vascello riprende il mare, come ho scritto nell’articolo ufficiale, ma ciò che resta è una direzione: custodire la qualità di comunità che abbiamo vissuto, portarla nella vita quotidiana, nelle relazioni che abitiamo, nei gesti che scegliamo.
Non è un compito straordinario. È un lavoro silenzioso, fatto di presenza, di cura, di attenzione reciproca.
Una pratica che si costruisce giorno per giorno, lontano dai grandi eventi, dentro la trama semplice della vita. È lì che la Biodanza continua: nel modo in cui ci incontriamo, nel modo in cui ascoltiamo, nel modo in cui decidiamo di esserci.

Io, intanto, continuo a navigare. E porto con me ciò che questo Incontro mi ha insegnato.





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