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McLuhan: tre idee che hanno cambiato il modo di guardare i media
Biodanza con Riccardo Cazzulo. Scuola Biodanza Liguria IBFed
Pubblicato da Riccardo Cazzulo in Articoli · Venerdì 10 Giu 2022 · Tempo di lettura 5:30
Tags: Sociologia
In questi ultimi due anni ho dedicato alcuni articoli a Marshall McLuhan e al suo erede intellettuale Derrick De Kerckhove.
Ho raccontato le dieci stupefacenti predizioni di McLuhan e ho spiegato come la tecnologia abbia trasformato nel tempo la struttura stessa del nostro cervello, partendo proprio dalle intuizioni di McLuhan rielaborate da De Kerckhove.
Oggi voglio fare un passo ulteriore e tornare direttamente su McLuhan, per spiegare le tre idee che più di ogni altra lo hanno reso famoso, e che ancora oggi, forse più di allora, ci aiutano a capire cosa ci sta succedendo intorno.

1. Il medium è il messaggio
Questa è probabilmente la frase più citata di McLuhan, e anche la più fraintesa. Sembra un paradosso, quasi un gioco di parole. In realtà è un'osservazione precisa e radicale.
Di solito pensiamo che ciò che conta in una comunicazione sia il contenuto: quello che viene detto, scritto, trasmesso. McLuhan dice che questa è solo metà della storia. L'altra metà, quella che di solito ignoriamo, è il mezzo attraverso cui quel contenuto arriva a noi. E questo mezzo agisce su di noi in modo molto più profondo e duraturo del contenuto stesso.
Un esempio concreto: una notizia di guerra letta su un libro di storia, ascoltata alla radio, vista in un telegiornale degli anni Ottanta o incontrata oggi in un feed di Instagram sono quattro esperienze radicalmente diverse, anche se la notizia è identica. Il libro invita alla riflessione e alla distanza critica. La radio crea un senso di urgenza e presenza. La televisione aggiunge l'emozione visiva. La bacheca dei social inserisce quella stessa notizia tra una foto di un piatto di pasta e il video di un cucciolo, stravolgendone completamente il peso emotivo e cognitivo.
C'è poi un aspetto che McLuhan coglie con grande lucidità: il medium conferisce autorevolezza al messaggio. La stessa notizia, data dal telegiornale della sera, ha un peso completamente diverso rispetto a quella riferita da un amico al bar, letta su un giornalino di quartiere o vista in un post sui social. Non è cambiato il contenuto: è cambiato il mezzo, e con esso la credibilità che istintivamente gli attribuiamo. Questo meccanismo, già potente ai tempi di McLuhan, è diventato oggi uno dei nodi centrali del problema della disinformazione.
Non è il contenuto a cambiarci: è l'ambiente che il medium crea intorno a noi. Questo è ciò che McLuhan intende quando dice che il medium è il messaggio.

2. Media caldi e media freddi
Meno nota della precedente, ma ugualmente illuminante, è la distinzione che McLuhan introduce tra media "caldi" e media "freddi". Anche qui, le parole possono sembrare strane, ma il concetto è molto semplice.
Un medium è caldo quando fornisce molte informazioni, è ad alta definizione, lascia poco spazio alla partecipazione attiva di chi lo riceve. La fotografia è calda: ti dà un'immagine precisa, dettagliata, non devi aggiungere nulla con la fantasia. Anche il cinema è caldo, e la radio lo è ancora di più, perché travolge con la voce e il suono senza che tu debba fare altro che ascoltare.
Un medium è freddo quando invece fornisce poche informazioni, è a bassa definizione, e richiede che chi lo usa completi attivamente il messaggio con la propria immaginazione e partecipazione. Il fumetto è freddo: i personaggi sono stilizzati, i tratti essenziali, e tu sei costretto a immaginare il resto. Il telefono è freddo: senti solo la voce, senza volto né corpo, e la tua mente deve ricostruire la persona dall'altra parte.
La televisione, per McLuhan, era un medium freddo, e questo spiegava il suo enorme potere di coinvolgimento: richiedeva partecipazione continua, teneva attivo lo spettatore anche senza che se ne accorgesse.
Questa distinzione ha una conseguenza pratica molto interessante. I media freddi tendono a creare più coinvolgimento e partecipazione. I media caldi tendono a passivizzare. Guardare un film al cinema è un'esperienza intensa ma sostanzialmente passiva. Leggere un romanzo richiede uno sforzo creativo continuo. Oggi, con i social network e i contenuti video sempre più ricchi e immersivi, siamo immersi in un universo prevalentemente caldo, che ci fornisce tutto già pronto e lascia sempre meno spazio all'elaborazione personale. Le implicazioni, su come pensiamo e su come ci relazioniamo, sono tutt'altro che irrilevanti.

3. Il villaggio globale
Il terzo concetto è quello che ha reso McLuhan famoso anche fuori dagli ambienti accademici, e che viene spesso citato, ma raramente compreso fino in fondo.
McLuhan conia l'espressione "villaggio globale" già negli anni Sessanta, quando internet non esisteva e la televisione era ancora agli inizi.
L'idea è questa: le tecnologie elettriche, comprimendo le distanze e rendendo la comunicazione istantanea, hanno trasformato il pianeta in qualcosa che somiglia a un villaggio. Non nel senso bucolico e romantico del termine, ma nel senso sociologico: un luogo in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui le distanze si annullano, in cui ciò che accade dall'altra parte del mondo entra immediatamente nella nostra vita quotidiana.
In un villaggio ci si conosce tutti, le voci circolano veloci, le tensioni sono immediate e visibili. La vicinanza non porta automaticamente alla pace: a volte la rende più difficile, perché le differenze si sentono da vicino e non c'è la distanza che attenua i conflitti.
McLuhan non era ingenuo: vedeva nel villaggio globale tanto un'opportunità di incontro quanto un rischio permanente di scontro. Scriveva che questo villaggio poteva facilmente trasformarsi in un campo di battaglia, in cui la prossimità accelera i conflitti invece di dissolverli.
Basta guardare le dinamiche dei social network, o il modo in cui le tensioni geopolitiche si amplificano nell'infosfera globale, per capire quanto questa visione fosse precisa.



Tre idee elaborate sessant'anni fa, che descrivono con sorprendente accuratezza il mondo di oggi. McLuhan non aveva una sfera di cristallo: aveva semplicemente capito, prima degli altri, che i media non sono finestre sul mondo. Sono il mondo in cui viviamo.




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